Se fossi madre, questo è quello che farei ascoltare a mio figlio

Se fossi una madre? E infatti non lo sono. Ma sono una figlia. E da questa incredibile, pazzesca e straordinaria esperienza dell’essere figlia, racconterei alla persona che avrei di fatto creato, di come Dorothy Miranda Clark sia riuscita a offrire al mondo una canzone e una storia che per lungo tempo le pesava sulle spalle, che cantava con difficoltà perché ogni parola le ricordava confusione e fragilità, e che oggi invece abbraccia con amore e consapevolezza, come un ricordo elaborato e finalmente compreso. A prova del fatto che una cosa, qualsiasi essa sia, può essere attraversata e vissuta così com’è. A dire il vero, allo stato dell’arte, vorrei che Dodie fosse mia madre e mio padre (sì, tutti e due insieme) e che me lo insegnasse. 

La metafora “I figli sono come le frecce di un arco”, dalla poesia I vostri figli di Kahlil Gibran, ci dice che i genitori sono gli archi destinati a lanciare i figli, intesi come frecce viventi, proiettati verso il loro futuro e destino unico e irripetibile, senza possederli né trattenerli. When è esattamente la storia di quella traiettoria. 

Oggi ai figli viene detto che meritano il meglio dalla vita, che devono mordere, mangiarsi il mondo intero e combattere per ottenere ciò che vogliono, che non bisogna mai accontentarsi. Dodie invece dice: I’ll take what I can get”. Pur sapendo che ciò che riceve potrebbe non essere sufficiente, sceglie di viverlo, perché è meglio sentire qualcosa piuttosto che niente. Accettare i momenti di smarrimento, essere consapevoli dei propri limiti e aprirsi a quello che ci offre la vita non è debolezza, non è arrendersi, non è non avere forza. È la piena legittimazione della propria esperienza emotiva. Lasciar fluire i ricordi dolci e dolorosi significa imparare a vivere senza sottrarsi a ciò che si prova. 

In diverse recensioni e commenti di chi ha ascoltato la canzone, e seguendo l’evoluzione dell’artista, When è spesso descritta come una canzone che cattura la sensazione universale di sentirsi sospesi tra passato e futuro, senza essere mai completamente nel presente. Anche Dodie l’ha reintrodotta nel suo repertorio live con una nuova prospettiva, e questo ci fa capire che per lei la canzone non è mai stata solo un brano da eseguire, ma una riflessione continua sulla crescita emotiva e sul tempo che scorre.

E il punto più importante, forse, è che questa crescita nasce dall’onestà con se stessi. Proprio come nella frase “I’m sick of faking diary entries”, Dodie ci dice che accettare le emozioni non basta, bisogna anche riconoscerle, guardarle per quello che sono, senza nascondersi. Bisogna essere sinceri con i propri sentimenti, anche quando sono fragili o dolorosi. 

A un certo punto, lei, come se fosse madre di se stessa, dice: “Mettitelo in testa, non avrai più 16 anni”. Ed è la stessa cosa che io, da figlia, direi a me stessa e lo direi anche all’ipotetico essere umano al quale avrei assegnato un nome: prenditi cura della tua storia, senza giudizio ma con presenza e comprensione. Ed è per questo motivo che una madre e un figlio dovrebbero ascoltare ma soprattutto capire When: perché è onesta e vulnerabile. Non è il grande amore di cui tutte le canzoni parlano, non è la superficie patinata e glitterata di una vita perfetta, non è la colonna sonora di grandi film. È lo schiaffo in faccia che non ti darebbe mai nessuno, è la cinquantesima candelina che spegnerai senza sapere bene come ci sei arrivato, è il rimpianto piccolo e silenzioso che resta nel taschino dei jeans. Ma è anche il giorno in cui proverai la serenità che hai sempre desiderato, il momento in cui capisci di aver fatto pace con quello che sei stato. È chiudere gli occhi e sentire che non stai più rincorrendo il passato né anticipando il futuro. È smettere di chiedere Quando e accorgersi, finalmente, che la vita stava accadendo già da tempo. 

Se fossi madre? Giacché non lo sono, resterei figlia. E nell’onesta recensione su questo ruolo che nessuno ha mai scelto nella vita, direi che ce lo meritavamo tutti un manuale sulla crescita, soprattutto quella emotiva. Ma, per fortuna, esistono le canzoni, create da figli impegnati a scrivere la storia della propria traiettoria e forse, ascoltandole, possiamo imparare a osservare la nostra, a lasciarci andare e a camminare con consapevolezza verso ciò che siamo destinati a diventare.