Io non credo nell’oroscopo, però mi sta simpatico. È affascinante il modo in cui molte persone ti sappiano raccontare di personalità, ascendenti, affinità legate ai giorni dell’anno cucendole addosso alle persone con una sicurezza disarmante. Bello, se non sei del segno della Vergine.
Per mia fortuna (o forse no, a seconda dei punti di vista), sono nata sotto il segno del Cancro, primo segno d’Acqua dello zodiaco e governato unicamente dalla Luna. Che culo.
A 36 anni la società si aspetta che tu sia saldamente atterrata, stabile, con i piedi ben piantati a terra. Uguale al mio raggio spaziale (risatina per sdrammatizzare). Io penso di vivere fluttuando, credendo fermamente che gli oggetti che mi circondano non possano schiantarsi a terra o perdersi nei buchi neri, convinta che il mio corpo non possa essere attratto dalla gravità mentre cado dalla bici sperimentando l’impatto romantico con l’asfalto.
E siccome ogni volta che provo ad atterrare mi faccio male, ho deciso che la mia dimensione ideale è lo spazio. Sono e resto un’astronauta. Proprio come Noah Kahan.
L’astronauta si trova in uno spazio inospitale e non può atterrare, ma è inesorabilmente attratto da qualcosa di bellissimo che esercita una forza gravitazionale rassicurante. Nel ritornello di Orbiter canta: “I’m an astronaut, you’re the Moon / I stare at you, I sing to you / I circle you” (“Sono un astronauta, tu sei la Luna / Ti fisso, ti canto, ti giro intorno”).
Nel brano, Noah descrive il sentirsi perennemente fuori posto, come se si trovasse su un terreno alieno. La Luna diventa così non solo un rifugio, ma l’unico baricentro possibile in mezzo al caos, un’ancora che gli impedisce di perdersi nello spazio profondo. Il bello di questa canzone è che l’astronauta non cerca mai di “atterrare”: gli basta semplicemente ruotarle intorno per trovare un senso di appartenenza ed evitare di perdersi.
Ancora oggi, la Luna continua a essere la metafora perfetta per l’alienazione. Nel suo album The Great Divide, nato sulla scia di un successo improvviso e travolgente, Noah Kahan utilizza il suo brano Orbiter per esplorare il senso di spostamento identitario mentre il mondo della fama gli esplode intorno. La Luna non è più una divinità, ma il fulcro gravitazionale di un’identità che cerca di non perdersi nel vuoto dello spazio pubblico. È il simbolo di una vicinanza che non può mai farsi contatto, una tensione costante tra il desiderio di appartenenza e l’inevitabile distanza.
E così, anche quando cresciamo, perdendo quell’aggressività giovanile per farci strada nel mondo, abbiamo comunque bisogno della nostra Luna per orientarci e trovare conforto.

In astrologia, chi nasce sotto questa influenza è per natura intuitivo, profondo e orientato a nutrire e proteggere gli altri, ma anche soggetto a una naturale mutevolezza di stati d’animo, la cosiddetta “lunaticità”.
Ma siccome io non credo nell’oroscopo, è di ispirazione per me pensare che anche altre persone siano ossessionate dalla Luna, ognuna con la propria storia.
Per l’astrologia antica e il mito, le fasi lunari rappresentano il dualismo della vita, il ciclo di nascita, morte e rinascita. Per i Pink Floyd, nel capolavoro The Dark Side of the Moon, la Luna è il confine tra la razionalità e la follia, il luogo in cui si nascondono i segreti della nostra psiche. Italo Calvino, nel racconto La distanza della Luna, usa l’allontanamento del nostro satellite dalla Terra come metafora del distacco dell’uomo moderno dalle sue origini, una separazione che genera una “nostalgia straziante”. E questa nostalgia, questa ossessione, ha trovato voce in tantissime altre canzoni, attraversando generi e decenni.
Il viaggio musicale potrebbe continuare all’infinito: c’è chi l’ha ammirata con la musica classica, come Beethoven o Debussy nel suo bellissimo “Clair de lune”, e chi le ha dato un’anima jazz, come Billie Holiday con la sua “Blue Moon”. Tutti l’hanno guardata, tutti le hanno cantato sperando di farsi ascoltare.
Quindi, a 36 anni, ho deciso di fare pace con la mia gravità. Forse non sono destinata a stare ferma sulla Terra. Essere in costante orbita non significa essere persi, forse, magari, significa essere in viaggio. E finché la Luna continuerà a fare il suo lavoro là in alto, attirando e respingendo, non c’è traiettoria sbagliata: la via di casa si trova semplicemente ricalcolando il percorso a ogni giro, basta che non mi fa accappottare, e che cazzo.


