Persone normali, vite normali, canzoni normali

C’è stato un periodo della mia vita in cui ho deciso di non guardare serie tv. (wooh, che scelta rivoluzionaria). Beh, non era male fottermene una sega di quello che guardavano tutti, era normale, per me. Fino a quando, una sera, in un pub, 10 persone parlavano all’unisono di Game of Thrones e io non capivo una mazza di quello che dicevano. Casate, cazzate, draghi e persone senza le dita mentre io mangiavo i miei pistacchi in silenzio. Bene, quella sera mi è venuta la FOMO e ho trascorso i mesi successivi a recuperare cose. Quel periodo era anni fa e ancora adesso vengo etichettata come quella che ‘arriva dopo’ sulle serie tv, ma va bene, è bello essere internet explorer in questo senso. Poi però col tempo ho imparato a chiedermi: come faccio a capire se una serie tv mi piace? Devo guardare davvero qualcosa perché la guardano tutti e davvero non ho davvero nient’altro di cui parlare davanti al panino con le polpette? Andiaaamo. 

Il mio modo di guardare le serie tv è cambiato. Certo, la scelta spesso è indotta ma mi fido delle persone e ogni tanto anche degli algoritmi. Ora racconterò una cosa sconcertante (poi vediamo come sono i vostri algoritmi), ma tra giugno e luglio il mio algoritmo è stato invaso da scene di sesso, specialmente quelle di Off Campus. Ha ha ha: sì ci ho passato sopra almeno 10 secondi e mi sono bastati per sminchiare alla perfezione i contenuti suggeriti. Off Campus alla fine l’ho visto, incuriosita dalle scene suggerite, ma non mi è rimasto nulla se non apprezzare incredibilmente la costruzione dei personaggi ‘fatti a mostr’ da una donna. Quello che mi è rimasto dei consigli dell’algoritmo è una scena intima (o forse più scene) in particolare, se così la vogliamo chiamare, quella di Normal People, una serie tv del 2020. Ora il punto non è la scena, è tutt’altro. 

In Normal People, l’intimità non serve a riempire lo schermo. Marianne e Connell sono due personaggi bloccati, quasi incapaci di comunicare a parole ciò che provano. Si fraintendono, si chiudono nei propri silenzi e si feriscono di continuo. Ma quando sono pelle contro pelle, la loro connessione diventa l’unica cosa reale. E a rendere questo dialogo silenzioso ancora più viscerale e potente è la scelta della colonna sonora. Nel secondo episodio, durante un montaggio estremamente intimo che mostra lo svilupparsi della loro relazione segreta, parte un brano che sulla carta non avrebbe mai dovuto essere lì: Hide and Seek di Imogen Heap.

Per chi fa parte della mia parrocchia (quella di chi “arriva tardi” sulle cose) sentire quelle prime note sintetizzate e auto-armonizzate fa scattare un riflesso incondizionato: il finale drammatico di The O.C.

Maggie Phillips (co-supervisore musicale della serie N.P.) si oppose all’uso del brano, terrorizzata dall’idea che il pubblico venisse distratto dal “bagaglio culturale” della canzone e iniziasse a pensare ai meme anziché all’intensità del momento tra i due protagonisti. Arrivò ad ascoltare circa 500 brani alternativi pur di rimpiazzarlo. Ma il regista non volle sentire ragioni. La sua ostinazione ha regalato alla serie uno dei suoi momenti più perfetti. Incastrata tra i respiri affannati e la vulnerabilità di Marianne e Connell, Hide and Seek si spoglia di quindici anni e torna a fare esattamente quello per cui Imogen Heap l’aveva creata, registrandola di getto in quattro minuti alle tre del mattino: catturare in modo sincero e viscerale la vulnerabilità, la solitudine, l’ansia e la struggente intensità del primo amore e dell’adolescenza, regalando agli spettatori una sequenza visiva e musicale indimenticabile. Quando quella stessa notte tornò a casa e la fece ascoltare al suo fidanzato di allora, un ragazzone alto con capelli biondi e tatuaggi, lui scoppiò a piangere, facendole capire di aver creato qualcosa di incredibile.

Come raccontato dalla stessa Imogen Heap, l’ispirazione iniziale è nata proprio dall’idea del gioco del nascondino. Desiderava scrivere un brano che utilizzasse questo riferimento infantile per esplorare qualcosa di più profondo. La canzone ci mette davanti a sensazioni contrastanti: smarrimento emotivo, incredulità, vulnerabilità, rendendo il pezzo una perfetta colonna sonora per i momenti in cui i personaggi (o gli ascoltatori) si sentono disarmati, confusi e privi di protezioni.

A nascondino ci si nasconde per non essere trovati, ma si spera anche che qualcuno venga a cercarci. Per Marianne e Connell è così. Passano anni a nascondersi dietro silenzi, fraintendimenti e finzioni sociali, ma sotto sotto sperano costantemente che l’altro sia l’unico capace di trovarli davvero lì dove si sono rintanati.

I “cerchi nel grano sul tappeto” evocano i segni lasciati dai mobili che sono stati spostati o rimossi, o il camminare ossessivo in tondo all’interno di una stanza vuota. È la scenografia del disastro. Quando una relazione finisce o subisce un trauma, ti ritrovi in una casa improvvisamente vuota, dove la polvere non ha ancora finito di depositarsi e tu provi l’esatta “sensazione di sprofondare” (sinking feeling). Non capisci dove sei, ti strofini gli occhi sperando sia un brutto sogno. È l’esatto ritratto dell’incomunicabilità tra i due protagonisti.

E quindi.. che cosa c’è, dopotutto, di “normale” in due ragazzi che passano anni a rincorrersi, perdersi e ferirsi a causa dell’incomunicabilità?

In una “società liquida” che ha perso ogni punto di riferimento fisso e costringe le persone a costruirsi faticosamente un’identità, Marianne e Connell sono due anime frammentate, colme di traumi. Ma quando sono nella stessa stanza, le maschere cadono. La loro intimità diventa un processo di “normalizzazione” inteso nel senso più puro e positivo. L’unico spazio sicuro in cui possono smettere di fingere e accettare la propria vulnerabilità.

Esistono le persone normali. Come Connell, che si finge il figo del liceo ma dentro è fragile e divorato dall’ansia sociale, o Marianne, che tutti bollano come quella “strana” e fredda, ma che sta solo cercando di sopravvivere ai suoi fantasmi e a una famiglia tossica.

Esistono le vite normali. Fatte di treni presi all’ultimo minuto, di traslochi, di malintesi stupidi e di decisioni dolorose. Scegliere di lasciarsi andare non perché non ci si ama più, ma perché amarsi davvero significa desiderare che l’altro trovi la sua strada nel mondo.

E poi ci sono le canzoni normali. Che nascono in una notte qualunque, alle tre del mattino, mentre fuori dallo studio passa un treno che lascia il suo rumore inciso sul nastro. Quattro minuti di flusso di coscienza per ricordarci chi siamo stati, quanto ha fatto male e quanta verità ci sia nello smarrimento di essere giovani.

Niente draghi, niente casate, niente epica. Solo noi, davanti a un panino con le polpette, a chiederci come faccia una canzone venuta dal nulla a conoscerci così bene.