Non ci sarà un secondo appuntamento, ma almeno sa che “femmina” non è una parolaccia

Eccola, un’altra femmina con i peli sotto le ascelle che ci vuole scartavetrare le palle. Eccola, un’altra ridicola che ci vuole infilare la ə pure nelle unghie dei mignoli dei piedi. Eccola, un’altra misandrica incazzata che non vuole (più) cucinare. Mannagg. 

Fratello, sorella, tieni bene a mente: femminismo non è una parolaccia. Puliamo e lucidiamo bene questa parola molto spesso affibbiata a stronzate, storie inutili e inconcludenti e sfottò da 4 soldi. Se difendi la libertà delle donne, allora sei una/un femminista. 

I’m sorry per la paternale iniziale, ma uno scossone in qualche modo bisogna pur darlo. 

Ad ogni modo, non sono qui per dare lezioni sul femminismo. Oggi, provo a offrirti un fiorellino (perché solo questo so dare) sperando che te lo ricordi, la prossima volta che giudicherai o che ti troverai davanti a chi giudica il corpo di una persona, specialmente una donna. 

Non leggo tanto e me ne rammarico. Ma provo a scegliere dei testi che mi possano lasciare qualcosa o che possano fare di me una persona migliore (per me stessa e per gli altri) con gli strumenti che ho a disposizione e con l’onestà di ammettere che a volte, magari, non ci riesco. Ho letto “Campo di battaglia” qualche mese fa e se c’è una cosa che mi ha lasciato Carolina Capria nelle sue delicate e forti pagine è l’impegno nel provare a non esprimere più pareri e opinioni personali sul corpo degli altri.


Fin dall’istante in cui veniamo al mondo, il nostro corpo smette di essere uno strumento per vivere e diventa un oggetto da esposizione, sottoposto a uno scrutinio incessante e pignolo. E la cosa peggiore è che questo “sguardo giudicante” lo abbiamo interiorizzato così bene che siamo noi stesse, spesso, a puntare il dito contro le altre o a guardarci allo specchio con disgusto. Ed è qui che questo costante lavoro di sorveglianza estetica smette di essere una semplice “cura” e si rivela per ciò che è veramente: un lavoro pesante, estenuante. In una parola sola: un labour.


Questo labour che nessuno è in grado di vedere è esattamente il “campo di battaglia” scritto da Carolina Capria. Un terreno di scontro in cui il corpo femminile viene letteralmente sottratto all’arbitrio delle legittime proprietarie per essere giudicato e disciplinato dall’esterno.


Proprio come il brano di Paris Paloma, descritto come un vero e proprio inno femminista e un manifesto di cambiamento sociale che canalizza e dà voce alla cosiddetta “rabbia femminile” (female rage). Scritto interamente dall’artista inglese, il brano nasce dall’esperienza di sottomissione, sfruttamento e confinamento delle donne all’interno del sistema patriarcale, in particolare nell’ambito delle relazioni domestiche ed eterosessuali.

Nel famoso bridge della canzone (molto in trend nell’ultimo anno sui social, ben 92 milioni di visualizzazioni su Youtube), Paris Paloma elenca i numerosi ruoli che una donna è costretta ad assumere contemporaneamente per soddisfare i bisogni del partner: “terapeuta, madre, cameriera, ninfa, vergine, infermiera, serva”. La donna viene ridotta a un accessorio (“just an appendage”), sempre a disposizione dell’uomo affinché lui “non debba muovere un dito”. La critica sociale tocca il culmine con la forte espressione “24/7 baby machine”, che riduce la funzione biologica della donna a uno strumento di riproduzione costante per consentire all’uomo di “vivere i suoi sogni da staccionata bianca” (“picket fence dreams”, l’ideale della famiglia perfetta).

In questo punto, la “macchina sforna-bambini” della canzone si scontra con quello che Carolina Capria definisce il “corpo-utero”, ovvero la pretesa sociale secondo cui debba esserci una totale e soffocante coincidenza tra la donna e la maternità (“donna uguale mamma, mamma uguale donna”). Se decidi di non volere figli vieni immediatamente additata come una persona che “ha qualcosa che non va”, perché la società non concepisce che una donna possa reclamare la proprietà esclusiva del proprio corpo al di fuori del destino procreativo.

In questo contesto, versi come “It’s not an act of love if you make her” alludono al controllo coercitivo e all’abuso sessuale matrimoniale, dove l’atto sessuale viene imposto come un dovere. 

Se Carolina Capria traccia con la scrittura una mappa lucida per riconoscere le regole invisibili che ci imprigionano, Paris Paloma mette in musica la rabbia catartica necessaria per distruggere quella gabbia. Entrambe indicano la stessa via d’uscita: smettere di guardarsi attraverso gli occhi degli altri e ricominciare a riappropriarsi del proprio corpo, della propria storia e della propria voce. 

Eh no Amio, non siamo dentro il “Racconto dell’Ancella”, siamo nel 2026, purtroppo. Ma veniamo a me e a te. Parliamo di noi.

Da persona che combatte da sempre con la timidezza, voglio essere sincera: a me i complimenti teneri e affettuosi fanno un piacere immenso. Chi è che non vorrebbe sentirsi dire qualcosa di bello? Eppure, proprio per tutto quello che ci siamo detti, oggi mi trovo spesso in difficoltà a farne agli altri. 

Educare e praticare il consenso, in fondo, significa comprendere che la fisicità altrui non è di pubblico dominio e non richiede la nostra approvazione per esistere. Se non si è in una relazione di profondissima confidenza e affetto con qualcuno, la scelta migliore e più rispettosa è il silenzio. E parlo in generale, anche di quei commenti che pensiamo essere “carini”.

Io ci provo. Ci provo ogni singolo giorno a non essere giudicante. Prima di tutto con me stessa e poi con gli altri, soprattutto con le donne. Ma voglio confessarti una cosa con estrema sincerità: non ci riesco sempre. Faccio uno sforzo.

Il giudizio e il pregiudizio sono parassiti così insiti nel nostro modo di pensare, così strutturati e radicati nella nostra cultura, che estirparli sembra quasi impossibile. Ci cadiamo, ci ricasco anche io. Siamo cresciuti in una società che ci ha insegnato a fare le pulci ai corpi delle altre per sentirci, forse, un po’ meno difettose noi.

Ti lascio con questo impegno. La prossima volta che ti verrà voglia di commentare il corpo di qualcuno, o che ti troverai davanti a chi lo fa, fermati. Respira. E se proprio vuoi regalare un complimento, mettici un fiorellino. Uno di quelli che pensi possa fare bene. Altrimenti, shut the fuck up.